Ca' De' Stefani

28 Nel primo anno di attività è stato preso in affitto il casello di Alessandro Serafini a Montanara in attesa della costruzione di quello nuovo. L’utile di 455,87 lire risulta dopo aver pagato ai soci 6.577,14 lire, pari a 2 lire per ogni quintale di latte conferito, a completamento degli acconti già versati pari a 9 lire al quintale. Alle lamentele di qualche socio per lo scarso guadagno, pur in presenza di un’annata positiva, il collegio dei sindaci risponde: “Ma, egregi amici, queste lagnanze, queste osservazioni sarebbero giustificate quando non avessimo avuto la spesa di circa 200 lire pel riattamento del vecchio Casello, quando, in conseguenza delle cattive porcilaie di questo, non avessimo avuto la morte di circa 30 maiali! Queste sono spese e perdite eccezionali, inevitabili però nei primi periodi d’un’istituzione così difficile ad avviarsi come la nostra, del resto a noi pare, e tale pure sarà il nostro pensiero, che il prezzo di L.11,10 per ogni quintale di latte con un fondo di riserva di circa 500 lire, sia più che soddisfacente, specie se paragonato ai prezzi corrisposti dai Casari circonvicini. Ad avanzamenti finanziari e morali, sempre più alti devono espressamente essere rivolti i nostri sforzi; e ci conforta e ci sprona il pensiero, che accresciuta e migliorata coi mezzi più razionali la produzione casearia, si possano conseguire compensi maggiori, rifluenti anche a vantaggio dell’intiera Società”. Il primo anno vengono lavorati 3.131,98 quintali di latte per la produzione di 7.756, 70 chilogrammi di burro di prima qualità e 20.538 chilogrammi di formaggio grana. Il 2 dicembre 1902 a illustrare il bilancio del secondo anno di attività è lo stesso professor Antonio Sansone, in procinto di essere trasferito nel Mezzogiorno per ordine della Federconsorzi. Nonostante i risultati superino di gran lunga le più rosee previsioni, con un utile netto di L. 24.671, 59, potendo “sostenere il paragone con quelli ottenuti nelle migliori e già rimpinguate latterie”, l’assemblea dei soci vota all’unanimità l’ordine del giorno del comitato dei sindaci che subordina la distribuzione degli utili ad una condizione: se entro l’annata 1902-1903 saranno entrati nella cooperativa tanti nuovi soci per un totale di dieci quintali di latte al giorno, sarà distribuito un utile netto di L. 18.503,69 “a complemento di prezzo del latte portato”, e L. 6.167,90 andranno al fondo di riserva. Nel caso opposto verrebbero ridistribuite tra i soci L. 15.810,22 mentre al fondo di riserva andrebbero L. 8.861,37. Nel frattempo si pagheranno i dividendi in base a questa seconda ipotesi. “Ricordiamo che il segreto dello straordinario sviluppo raggiunto dalle cooperative inglesi – spiega a nome del comitato dei sindaci Andrea Talamazzi – è appunto riposto nel sacrificare un po’ sul presente a vantaggio dell’avvenire, accontentandosi del prezzo medio del mercato e mandando tutto l’utile rimanente a costituire i forti e svariati fondi di riserva”. È una strategia cooperativistica che si dimostrerà vincente negli anni successivi, quando altre latterie sociali verrano travolte dalla profonda crisi degli anni Venti. Nel 1903 si deve affrontare la prima crisi: un’epidemia falcidia la porcilaia e parte dell’emmenthal prodotto è rimasto invenduto nei depositi, sia per un eccesso di produzione che per il crollo del mercato del formaggio, cosicchè il presidente Maffezzoni propone la possibilità di modificare la produzione, ora limitata al solo grana ed all’emmenthal, I PRIMI VENT’ANNI

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